Pendulum

Merci e persone in movimento

“L’uomo non conquisterà l’infinito con le macchine ma con se stesso.

L’ingranaggio vero siamo noi, la macchina industriale ne è solo una caricatura. Abbandoniamo il nostro essere a vantaggio di una moltitudine di oggetti che cresce di giorno in giorno.” Saint-Pol-Roux

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Il visionario poeta francese Saint-Pol-Roux scriveva agli inizi del Novecento, che la velocità sarebbe diventata “l’identità del progresso”. Parla di un’accelerazione che abbinata all’irrazionalità della promessa di una salvezza, al continuo afflusso di immagini nuove, prospettive nuove, prodotti nuovi, diverrà il magico motore del capitalismo che tutto divora. 

Un “buco nero” sulla Terra destinato a lampeggiare per sempre.

Per secoli gli eventi hanno seguito un andamento lento e tranquillo. Ci si prendeva tutto il tempo necessario, il tempo stesso aveva bisogno del suo tempo. In epoca moderna, il tempo naturale è sostituito dal tempo umano e poi dal tempo della macchina, in cui gli eventi si fanno sempre più veloci, si susseguono a ritmo forsennato, una società “non stop”. L’output dell’industria è andato accelerando per decenni ed è stato superato solo dal gigantesco boom del computer e delle loro prestazioni, della connessione e del trasferimento dati.

Solo le migrazioni hanno portato ad un rallentamento, a cercare persino di fermare tutto. Le uniche barriere realmente insormontabili sono quelle che frenano i perdenti locali e globali della modernità. Il potere seduttivo della pubblicità e l’eco degli abusi del colonialismo sono fortissimi.

La mostra della fondazione MAST dal titolo Pendulum pone lo sguardo sulla forza prorompente dei motori, l’enorme accelerazione, i mezzi di trasporto trasformati in feticcio del nostro tempo, contrapporsi al rallentamento, brusca frenata, al blocco dei flussi di persone che migrano.

Ci fa vedere persone in movimento, la forza che impiegano in questo moto perpetuo e la genialità con cui abbiamo progettato navi, auto, ferrovie, aerei, per conquistare il mondo e porre l’economia al centro. 

Ma, descrive anche il nostro ruotare senza posa su noi stessi.

Sono oltre 250 le immagini storiche e contemporanee in mostra di 65 artisti di tutto il mondo sul tema Industria e Lavoro: Gabriele Basilico, Luca Campigotto, Mario De Biasi, Robert Doisneau, Vincent Fournier, David Goldblatt, Jacqueline Hassink, Lewis Hine, Rudolf Holtappel, Emil Hoppé, Mimmo Jodice, Peter Keetman, Dorothea Lange, Helen Levitt, Winston Link, Don McCullin, Tina Modotti, Ugo Mulas, Alexey Titarenko, Jakob Tuggener.

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Un percorso visivo che ci invita a riflettere non solo sulla velocità ma, per contrasto, sull’esigenza di frenare, di fermarci e capire cosa abbiamo costruito e dove stiamo andando.

Urs Sthael, curatore della mostra, propone una riflessione, a più voci, sul tema della velocità che caratterizza l’attuale società globale. 

Un oscillare, il pendolo come simbolo, moto perenne del mondo e dei suoi abitanti nello spazio e nel tempo, è sinonimo di cambiamenti improvvisi d’opinione, di convinzioni che si ribaltano nel loro esatto contrario. Inoltre, la sua immagine, evoca il traffico pendolare, le milioni di persone che quotidianamente si muovono per raggiungere lavoro e casa.

Ma, il pendolo è anche un simbolo valido per i traffici in genere, per quel perenne scambio di merci a fronte di altre merci, di denaro, di promesse.

La mostra illustra visivamente le energie contrastanti e diametralmente opposte che si sprigionano da questi due fenomeni.

Troviamo le foto di Helen Levitt “ N.Y. Metropolitana” all’interno di una metropolitana, che immortala persone, con spontaneità dei comportamenti, impegnati a riflettere, 

a guardare fuori dal finestrino. 

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In contrasto, le immagini a colori di Jacqueline Hassink proiettate in maxi schermi digitali, innumerevoli scatti che raccontano una realtà simile ma capovolta, all’interno di una metropolitani attuale, Londra, dove tutti i volti raffigurati, hanno gli occhi bassi su uno smartphone, come alienati in una realtà parallela che li conduce ad un viaggio che va oltre la fermata successiva. 

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Velocità e alienazione nell’immagine di Robert Frank in “catena di montaggio” Detroit, il movimento di Mimmo Iodice nelle stazioni centrali di Milano e Napoli, la gigantografia di Richard Mosse dalla serie “Il Castello” lunga sette metri e che mostra centinaia di container che occupano un’area portuale.  

Fotografa il trasporto di merci lungo le rotte mondiali, mentre sulla destra gli stessi container sono impiegati come abitazioni per migranti, individui rimasti “bloccati”, un’immagine che condensa tutto il sistema.

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Dalla serie “Global Soul” e “ Dataflow” di Henrik Spohler  come opere d’arti a colori, composizioni fotografiche di fili e congegni elettrici.

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Ancora, l’opera dell’artista Xavier Ribas “Nomadi” dove si vedono i frammenti delle lastre di cemento di un’area industriale dismessa con forza affinchè i nomadi non possano accamparsi.

Una velocità che ci conduce ad una metamorfosi non solo quantitativa ma, anche qualitativa dell’esistenza che, fermandosi ad osservare l’opera di Alexey Titarenko “Città delle ombre”, ci vede come ombre che camminano, perse nella folla di una centrale elettrica. 

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© mariadipietro ® 📷

 

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